Note di Edizione
L’architettura, a voler stringere, è un intervallarsi di vuoti e pieni, di volumi che vengono succeduti da pause d’aria. Insomma, due estremi che l’urbanista deve domare e assecondare, dentro un ritmo invisibile. Anche il cinema è contatto tra due estremi, la luce e l’ombra, che si susseguono in quantità e significati variabili. Il gioco si costruisce in fretta, stimola le suggestioni più appetitose, ed è invitante mettere in aderenza due estremi, il vuoto medioevale di Rebeccu, borgo ormai disabitato, e le stridenti metropoli, le fabbriche, le opere incompiute che i film in programma svelano. Quante cose si vedono osservando il negativo, l’estremo, il completamente diverso di quello che stai analizzando? Quante nuove possibilità si offrono? A questo sguardo obliquo dedichiamo questa edizione, certi che il paradosso e il cambio di prospettiva sono elementi fertili per il pensiero e per l’arte in generale.
Il cinema, da sempre ma in particolare negli ultimi tempi, ha uno sguardo morale negli spazi, un’opera di chirurgica selezione di angoli urbani, che riflettono gli stati d’animo della città rappresentata. Sono stati d’animo sul tono del dubbio quelli che scorrono su “Magari le cose cambiano” di Andrea Segre, documentarista di razza dalla grande tensione politica, che in questa occasione racconta Roma, i suoi abitanti, il centro e la periferia, il rapporto tra questi elementi. Altro film urbano, di sospesa narrazione, è “Come l’ombra” di Marina Spada. Questa volta i protagonisti sono due donne e Milano, in un film di accordi composti da silenzi e vuoti, in rime stimolanti ed assolate, assemblati con rigore da una delle protagoniste del cinema indipendente europeo. Si ritorna a Roma, nella metafisica periferia romana, con “Et in terra pax” della coppia esordiente, al lungometraggio, Botrugno-Coluccini, film che ha illuminato l’attuale, mediocre, stagione cinematografica italiana. Completa il quadro il severo film di Benoit Felici “Unfinished Italy”, monumento alle opere incompiute italiane, che solcano come moniti i sofferenti territori dello stivale.
Impossibile non pensare agli spazi della Sardegna, affacciandosi nel mare biondo della Valle dei Nuraghi, poco sotto Rebeccu. Si proietteranno allora film sardi d’ambientazione, e due su tre di firma indigena. Ad iniziare da “Sa Gràscia” di Bonifacio Angius, sogno sotto forma di racconto cinematografico, ambientato nel più comune paesaggio sardo, tra querce ed erba secca, e muretti e bambini in canottiera. Altro autore sardo è Peter Marcias, che decide, con coraggio, di descrivere la sua storia, “I bambini della sua vita” nelle linee della città di Cagliari, accogliente quanto basta, meridionale il giusto. Uno sguardo inquietante, infine, è quello di “Oil – secondo tempo” di Massimiliano Mazzotta, che ritorna, dopo una prima puntata datata tre anni fa, sulle vicende conturbanti della Saras di Sarroch.
Ma il Rebeccu film festival non è solo cinema ma anche libri e musica. In anteprima nazionale verrà presentato il brillante libro di Nicola Fano su Tiberio Murgia, maschera del cinema italiano, nato ad Oristano e costretto dalla necessità ad indossare la voce di un siciliano. Libro urbano, che racconta le vicende di un clan di ragazzini, è “Cacciabbuffi” di Fabio Sanna, artista che si divide tra parola ed immagine, letteratura e regia. Infine, al tramonto domenicale, nello scenario unico del Belvedere rebecchese, vedremo calare il sole sulle dita di Antonello Salis, pianista eclettico ed energico.
Per completare il programma, il progetto “facce da festival” di Stefano Marras, archivio in continua evoluzione dei ritratti di tutti gli ospiti del festival, e gli aperitivi al tramonto.
Sergio Scavio
Direttore Aristico RFF